La Protagonista

Quando si pensa ai cortometraggi si va di solito in due direzioni, o facendosi un’idea precisa di quello che si andrà a vedere costruendosi alte aspettative oppure il contrario. Si spera che possa piacere, che possa essere una visione godibile ma rimanendo ben attaccati alla realtà. Il cortometraggio è il primo approccio al cinema, quello che ci fa ricordare com’era quando tutto è nato, ci ricorda il tempo degli esperimenti, quei sogni in piccolo che nonostante durassero poco avevano al loro interno tutto e ci conquistavano.
Ho sempre avuto una predilezione per i dettagli, forse perché mi è sempre piaciuto osservare i tempi di reazione degli altri ed analizzarli e uscirne in qualche modo migliorata.
E’ per questo motivo che i ‘corti’ – come vengono chiamati in gergo –  mi affascinano. Quando si vede un film le aspettative sono alte, ci si chiede se avrà una buona trama di fondo, se gli attori saranno bravi abbastanza da farci provare le emozioni dei loro personaggi come fossero le proprie, se sarà lento, se ci annoierà o se invece ci terrà attaccati allo schermo, fino alla fine. Quando si tratta dei corti la cosa è amplificata, quello che stiamo andando a vedere non solo deve rispettare i canoni citati poco sopra ma lo deve fare in un tempo ridotto e a volte, tempo e film non sempre vanno d’accordo.
“ La Protagonista ” girato da Antonio La Camera, scritto dallo stesso e da Lorenzo Baldi rispetta questi canoni.
Il corto si apre con l’inquadratura di Elettra Palmieri (Alessia Cardarelli) che ci mostra cosa significa essere vulnerabile di fronte ad una passione, al salto nel vuoto che le persone intorno a te (in quest’occasione il padre) non appoggiano, finendo per non ascoltare.

La protagonista ci mostra una realtà che non ci è ostile, dove ci possiamo riconoscere, dove possiamo empatizzare i suoi sentimenti e viaggiare insieme a lei. Ci mostra le due facce della medaglia: il padre, la faccia contraria, contro-corrente, l’ostacolo, e la madre, la figura lontana strappata troppo presto, il ricordo nostalgico che regala a Elettra la voglia di continuare, di fare quel provino nonostante la sceneggiatura stracciata a terra le sia d’ostacolo.
L’attrice è spontanea, istantanea e non solo. Ci fa credere che tutta la sua battaglia interiore stia avvenendo davvero, credibili anche le sue espressioni che trasforma in qualcosa che possiamo convertire nel tangibile. Riusciamo ad entrare in intimità con il suo passato, con quello che dice e con quello che non vuole esprimere.

Nei cortometraggi può capitare di non sentirsi parte della storia, di non comprendere a pieno quello che il regista voglia comunicarci, di esserci vicino ma mancarne l’obiettivo, non è questo il caso. Le inquadrature ci trascinano, camminiamo dove Elettra cammina e  focalizziamo il nostro sguardo nel punto esatto voluto dal regista.

Le riprese ci mostrano una Roma selvaggia e colorata, in linea con la personalità di Elettra. Ci guidano all’interno dei suoi pensieri, delle sue incertezze. Ci poniamo ad un certo punto (fino ad arrivare al luogo del provino) le stesse domande: “Mio padre cambierà idea? “. “E’ davvero giusta la strada che desidero cosi ardentemente?”.

È questo che rende la storia vera, non è la sceneggiatura in sè. Gli attori la cui bravura è palpabile, le musiche di Michael Giacchino, riconoscibili da chi ha un minimo d’esperienza sin dalle prime note e neppure le riprese ma è il fattore d’insieme. Le une ci guidano alle altre fornendoci una visione originale, un trampolino di lancio per chi vuole fare cinema e vuole farlo bene. Dalla nascita del cinema più andiamo avanti e più ci troviamo di fronte al timore di finire le idee e di non riuscire più a fornire al pubblico una storia che ci rappresenti mantenendo una nostra personalità e cortometraggi come questo ci mostrano che quel timore è ben lontano dal realizzarsi.
Il corto si divide in due parti: la prima rappresenta il dubbio, la domanda, il confronto, il salto nel vuoto, la seconda riguarda il provino per la parte principale, quella che per Elettra segnerà la sua carriera d’attrice (anche se questo non possiamo saperlo, ci viene lasciata libera intepretazione). Qui conosciamo La Regista (Isabella Rossi) il cui comportamento deciso di chi sa cosa vuole si scontra con quello di Elettra. È qui che possiamo mettere sullo stesso piano il prima e il dopo, la discussione silenziosa con il padre (Lino Avendola) di cui ne vediamo i movimenti e ne interpretiamo le parole che non dice, e quello con La regista che con rumore ci parla di futuro.

Li possiamo mettere sullo stesso piano perché dicono a Elettra le stesse cose, fanno riemergere cose che non vuole sentire, sentimenti che non crede di dover provare. Nella figura della Regista riconosciamo quella del mondo esterno, che come un muro impenetrabile porta noi e i nostri demoni al confronto. È una figura neutra che è in grado di tirare fuori emozioni facilmente catalogate come ‘negative’ quali paura, rabbia, nervosismo e infelicità.

Vediamo salire la recitazione da un ritmo lento e nostalgico fino ad arrivare ad uno veloce e senza pause. Anche noi, come la protagonista, abbiamo per più di un attimo il fiatone.

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Poi, come se qualcuno lo avesse cancellato, il tumulto sparisce con la potenza dello schiaffo che il corpo di Elettra grida, fino ad esaurirsi completamente nella calma placida della parte ottenuta.
Tornando a casa, Elettra ripercorre gli stessi passi di prima, ma la sua cadenza è libera di ingombri, priva d’imperfezioni. Il tramonto che sorge intorno a lei non ricorda il paesaggio che ha lasciato inizialmente quando il suo sguardo sembrava titubante, in gabbia.
Il finale non ci coglie impreparati. Non ci aspettiamo atti eroici, colpi di scena o parole d’effetto.

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Ci basta il sorriso caldo di Elettra che di fronte alla sceneggiatura, ora intatta, diventa una certezza. Non ci servono dialoghi, colonne sonore imponenti, figure al suo seguito. Vorrei rubare le parole che molti prima di me hanno speso nel dire che quando c’è la bravura, il tocco intimo di chi entra in punta di piedi nell’anima della gente, basta solo uno sguardo, insieme alle note leggere che non sostituiscono ma accompagnano.

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Questione di moda, abitudini e passi verso la massa.

E’ il primo articolo che pubblico in questo blog creato qualche mese fa, sono una persona molto pigra, molte volte nel corso del tempo mi sono dedicata a più di qualche blog, quando ero adolescente c’era il blog di msn che per un periodo andava molto di ‘ moda ‘. Il mio rapporto con i blog è sempre stato molto altalenante: a volte riversavo sul documento moltissimi pensieri personali ed era un modo come un altro di sfogarmi quando qualcosa nella vita reale non mi soddisfaceva o mi intristiva, altre volte lo abbandonavo per mesi e mesi sia per pigrizia sia perché quello che scrivevo non mi soddisfaceva mai abbastanza. Ora a distanza di tanti anni in cui ho mollato molti social network e i miei gusti e desideri sono cambiati ho deciso di approcciarmi di nuovo, con serietà stavolta, a questo universo. Volevo appunto parlare della moda di cui ho annunciato prima, ma badate bene non è quella dei vestiti, non voglio di certo parlare dei vestiti da indossare in inverno o quello da mettersi quando arriverà la primavera. Non è il mio campo e mi sentirei prima di tutto a disagio parlando di qualcosa cosi distante dalla mia realtà e poi scioccherei voi parlando di qualcosa che conosco solo superficialmente. La moda di cui voglio parlare è quella che sociale, quella che spinge la maggior parte delle persone a scegliere in quale modo approcciarsi alla gente o quali frasi evitare per impedire che la gente la prenda in giro per il resto dell’eternità. Posso parlarne dal mio punto di vista ovviamente e voglio mettere le mani avanti dicendo che la mia è solo un’opinione e che come tutte le opinioni va presa con le pinze. Partiamo dal modo in cui uno idealizza quel mondo che prima di una certa età non ci è dato di conoscere o affrontare, vuoi perché i nostri genitori hanno paura che saremo troppo deboli per superare gli ostacoli della vita, vuoi perché noi ci sentiamo più sicuri nel nido della famiglia e della casa, fatto sta che non ci rendiamo conto di come il nostro mondo sarà, dei colori o delle modifiche che noi apporteremo e che quel mondo ci restituirà. Ci dicono tante belle parole, perché è meglio partire positivi sperando che quel mondo sia meraviglioso su tutta la linea, che scoraggiarsi e pensare che il mondo sia come l’uomo nero che appena ci addormentiamo salirà sul nostro letto pronto ad assalirci e a mangiarci in un sol boccone. Ritengo che l’individuo non dovrebbe partire ne con l’uno ne con l’altro ma che anzi dovrebbe avere dentro di se un mix di entrambi in modo tale che possa non idealizzare troppo l’ignoto e che possa salvarsi in caso di sconfitta. Una volta però che ci si butta nella fossa dei leoni quello che la realtà ci rimanda non è mai un’immagine totalmente pulita e – per la maggior parte dei casi almeno – se possibile supera la nostra immaginazione. Le persone che sono attorno a noi ci indorano la pillola, ci regalano tutto il loro sapere e il loro supporto sperando che il nostro debutto nel mondo sarà positivo anche se – ahimè – non è quasi mai cosi. Mi spiego meglio, non sto parlando dell’esperienze che si fanno quando si è all’asilo o alle elementari ricevendo il primo bacio, stando nel primo gruppo o avendo le prime lacrime. Certo sono cose che iniziano a formarci ma non voglio fermarmi troppo su questo, parlo invece delle medie e delle superiori, a chi non è capitato di sperare di fare amicizia il primo giorno, di riuscire a integrarsi perfettamente in modo da iniziare il nuovo anno con una marcia in più? Penso nessuno e chiunque si permette di dire che non è cosi e che non hai mai provato l’ansia, quel groppo allo stomaco per la paura di non trovare nessuno ad accoglierlo beh è un gran bugiardo, se mi permettete. Siamo persone umane e seppur con caratteri diversi, chiunque, che sia dalla persona sicura di sé alla persona annoiata dalla vita proverà almeno una volta questa sensazione di disagio. Non ho un buon ricordo delle medie e delle superiori poiché ho avuto sempre un carattere molto riflessivo e maturo fin dalla tenera età e questo ti porta in parte a chiuderti e in parte ad aprirti agli altri e proprio qui giunge il nocciolo del mio discorso. E’ da questo che parte il nostro successo o insuccesso: il carattere, il modo di comportarci, la nostra educazione, le nostre parole, il nostro modo – arguto o meno – di vivere le nostre esperienze e la capacità di uscire da esse con e su le nostre gambe. Un carattere riflessivo, moderato e educato ne uscirà più scoraggiato e sconfitto rispetto ad un carattere esuberante, impulsivo e sicuro di se. Vorrei dire che si tratta semplicemente di un caso ma non è cosi perché se è vero che non scegliamo che carattere avere o con quale persone relazionarsi nella nostra adolescenza è anche vero che non possiamo sapere la reazione delle persone intorno a noi a quel carattere. Incontreremo nella nostra strada persone che ci prenderanno sotto la loro ala e ci accompagneranno per non farci sbandare e ci saranno quelle per cui saremo sempre troppo poco e totalmente inferiori, incapaci o nel migliore dei casi sdatti (come dice mia madre, che significa non capaci a nulla, in maniera scherzosa) Ed è qui che si viene a contatto con la moda che non riesce a stare al passo con la nostra vita sociale perché appena noi ci adattiamo a quel cambiato essa cambia di nuovo senza darci il tempo di accettarlo. Una delle mode più frequenti è quella dei gruppetti, entri nelle scuole medie e dopo qualche mesi trovi già i gruppetti formati, le ragazze più in della scuola, quelle out, i belli della scuola, quelli sfigati, quelli intelligenti ma che non si applicano, quelli che hanno i paletti come i cavalli durante la corsa e che non vedono oltre il loro naso e quelli che non appartengono a nessuna di queste suddivisioni. Nessuno ti spiega il perché, nessuno effettivamente sa il motivo ma quando una persona appartiene al gruppo degli sfigati/brutti/poco attraenti/chiusi e via dicendo, improvvisamente attrae come una calamita l’odio di tutte quei gruppi che ho citato poco sopra. I belli molto in odiano gli sfigati perché sono in una classe sociale inferiore, gli intelligenti odiano gli sfigati perché non fanno discorsi abbastanza interessanti, le persone con una sola passione in mente li odiano perché non hanno bene in mente i propri desideri ma attratti da tutto un po’ e quelli che non si riconosco in niente li odiano perché secondo loro si riconoscono in tutto. Voi capite che questa cosa può provocare parecchio disorientamento e a tratti una furia cieca. Non starò a sottolineare quanto queste opinioni mi hanno fatta odiare a tratti le persone superficiali, non ce n’è bisogno, dico solo che questi scontri non aiutano l’individuo sfigato ad uscirne e a sbocciare ma gli regalano la prima legge della vita che custodirà gelosamente in una parte importante della sua memoria e cioè che se sei bello e fai parte di un gruppo accettato della società andrai lontano e sarai benvoluto. Non amo in modo particolare i gruppi ne il modo in cui i professori e gli adulti si rapportano con quest’ultimi. Poco dopo all’interno della classe o dell’intero istituto la cosa non migliora affatto ma anzi sei quasi considerato una razza a parte. Non arriva solo la moda dell’essere di buona famiglia o dell’essere cresciuto secondo una massima nella quale ‘ non devi accontentarti mai e devi schiacciare chi è ad un livello più basso del tuo ‘ ma arriva la moda dei vestiti – perché il tuo rosso è un rosso che non va di moda, perché la tua maglia non c’entra niente con quella dei pantaloni, perché quei vestiti dicono che sei una poveraccia con un cattivo gusto e sia mai che il tuo cattivo gusto si scontri con il mio che è ottimo – , quella del fisico – perché sei troppo grassa e tutta quella ciccia è troppo out, disdicevole, potresti uccidere qualcuno con quella ciccia, perché nessuno ti vorrebbe mai con tutta quella pelle in eccesso, perché sei uno stecchino, perché sei anoressico e perché semplicemente non va bene e questo secondo una assurda legge creata sul momento – , sul cervello e voi direte ma che c’entra? C’entra perché ci sono certi canoni secondo i quali la ragazza deve pensare a limarsi le unghie e a preoccuparsi se l’assorbente aderisca bene perché sai che guaio se sporco la sedia – quest’ultimo non sarebbe un male se fatto con le adeguate moderazioni – mentre il ragazzo deve pensare a fare il figo, offendere le ragazze e spintonare i ragazzi. Se casomai succede l’esatto contrario, se succede che una ragazza sia una scaricatrice, che si vesta un po’ da maschio o che semplicemente voglia parlare dei propri interessi senza sbandierarsi apriti cielo ed è proprio per questo che è spiegata la questione del cervello perché entrare in un gruppo è come fare il patto di sangue, se non fai certe cose o non rispecchi certi canoni ” col cavolo che entri “.
Ora, so che parlo di cose totalmente frequenti perché tutti sanno com’è il mondo e come le persone timide o tranquille debbano stare in mezzo alla massa ma voglio fare capire quando di questi atteggiamenti siano sbagliati. Sono nata nel ’90 e sicuramente ora che ci troviamo in piena crisi economica la competizione è ancora più ardua e la manifestazione del potere ancora più alta ma ci sono sempre stati i bulli, anche all’età di mia madre che è nata nel ’55. Non so chi si ricorda ma in quegli anni veniva legata da alcuni la mano sinistra perché considerata letteralmente la mano del diavolo e voi potreste dirmi ” e allora? ” il punto è che cose come queste te le porti dietro tutte la vita, se fosse solo una cosa passeggera e se passasse con il tempo sarei la prima a stare zitta e a non parlarne più ma il problema qui è proprio questo, persone che tardano a sbocciare, meno esuberanti e più timide si trovano a dover cercare di eliminare per tutta la vita difetti e malattie psicosomatiche solo perché qualcuno a loro tempo diceva che era sbagliato essere in un certo modo. Questa cosa che sto dicendo è applicabile a tutto, ad ogni genere di cosa, alle amicizie, ai sentimenti, ai posti di lavoro, ai gruppi, agli insegnamenti che un giorno daremo ai nostri figli, alla loro formazione e ai loro rapporti, all’omosessualità e alla chiesa. Mi duole dire che l’omosessualità è la cosa che più mi preme e che l’omofobia è una degli atti più razzisti che l’uomo ha mai fatto nel corso di secoli e secoli ma parlerò in un’altro articolo di questo perché merita la mia attenzione più completa. Il mondo su cui riponiamo tanti desideri e tanta ansia si rivela essere totalmente diverso da come ci si aspetta, non voglio dire che sia cattivo o buono, felice o infelice, giusto o sbagliato, solo diverso perché ritengo che sia l’umo a costruire quell’infelicità o cattiveria. Prendo la citazione da un telefilm che più di qualche anno fa vedevo – Streghe – dicendo che ” I poteri di per se non sono cattivi o sbagliati, è l’uso che noi ne facciamo a renderli tali ”  e ancora adesso trovo che questa frase si sposi benissimo con tutte le barbarie e gli atti nobili che sono stati fatti nel corso delle varie epoche.
Sono una persona un po’ asociale o come dico io sociopatica (cit.) sempre lontana dalla massa grazie anche all’assenza di etichette cui la mia mente è sprovvista e il mio modo diverso di approcciarmi alla quotidianità. Questo articolo non vuole essere un attacco ai pensieri di nessuno e non vuole essere neanche una mia presa di posizione, vuole essere solo un modo per far vedere alcune realtà che ho potuto constatare e vivere in prima persona. Non penso tanto che la massa sia un’insieme di sporcizia più che altro penso – ancora una volta – che la brama di potere e il modo di sentirsi unici in questo mondo schiacciando gli altri renda il territorio in cui viviamo – e vivo – un posto da cui scappare il più presto possibile.
Per concludere mi sento di dire che non ho mai seguito molto le mode ma sono sempre stata guidata dalle mie preferenze e dai miei desideri, che non passano una volta che il vestito di marco è stato buttato nel cestino o che qualcuno affermi che una certa espressione sia ormai passata di moda. E’ il modo in cui ci rapportiamo alla moda e alle persone in generale che mi fa storcere il naso e guardare la massa come un obiettivo da non raggiungere mai, neanche tra cento anni.

Diverso non è sbagliato.